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IL GRANDE FARDELLO
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Buio e freddo, fu la prima impressione che ebbe quando riprese coscienza di sé.
Poi affinò i sensi ed ascoltò bene con tutto sé stesso.
Umido e sporco, fu la seconda impressione, un posto tutto sbagliato e buon veicolo per lasciarsi andare al panico.
Questa fu l’ultima considerazione.
E, quindi, fu attacco di panico.
L’attacco di panico…
Per chi lo conosce, inutile spremere parole.
Per chi non lo conosce, inutile sprecarne altre. Non capirebbe.
Pensò che sarebbe esploso e che sarebbe morto. Ma di panico non si muore; con il panico, si fa come le nuvole.
Ti gonfi, cambi forma ed infine, come le nuvole, scateni pioggia e infine ti dissolvi in un nulla d’immateriale. La pioggia, ora, era il piscio che si stava facendo addosso. Era anche l’unica sensazione di caldo, al momento.
Spento l’apporto adrenalinico del panico, svuotata la vescica, asciugato il sudore con il braccio ancora più sudato, e ripreso a respirare quasi normalmente, ora iniziava a proporsi il razionale, e cominciava a capire cosa stesse accadendo e a cosa stesse, suo malgrado, partecipando.
I piccolissimi led rossi e blu lasciavano intendere che fosse costantemente monitorato e seguito.
Era stretto tra due strette pareti e, a fatica, riuscì a sedersi e, ad ancor più fatica, riuscì a non far montare di nuovo l’ansia distruttrice, dicendosi che non poteva esistere claustrofobia se non si aveva la percezione del perimetro, del limitato e dell’angusto che ti circonda.
Lì intorno, infatti, era solo buio, marcio, stretto e decisamente tutto sbagliato.
IL GIOCO DEI VERMI
Bene, tutto chiaro. Ora cominciava a ricordare.
La rapina era andata male ed ancora peggio era andata alla guardia giurata che, evidentemente, lui non aveva colpito solo alla gamba, come inizialmente aveva creduto.
Quando l’arrestarono, gli dissero che aveva giocato un po’ troppo con la pistola, usata come fosse un semplice giocattolo e, per quei pochi soldi rimediati, l’aveva veramente combinata grossa.
Quando vennero a prelevarlo dalla cella, capì subito che le cose si erano messe male e, da lì a breve, si sarebbero messe malissimo. Il “da li a breve” arrivò nell’immediato.
La totale assenza di luce, l’odore che andava ben oltre il nauseante, il pavimento su cui posava i piedi nudi (no, lui era tutto nudo) cosparso di un qualcosa non propriamente definibile come pavimento; la difficoltà a muoversi, se non in un solo senso (devi proseguire il percorso per vivere, ricorda…).
Tutto, insomma, gli fece capire che stava partecipando al popolarissimo “Gioco dei Vermi”, il Grande Fardello, per chi ci incappava.
Il Gioco dei Vermi: semplice.
Tu uccidi, per cui noi siamo legittimati ad ucciderti, fine della storia, fine dei problemi, fine dei costi per lo Stato, oppure…
Oppure ti infiliamo lì dentro, ti riprendiamo giorno e notte (per te sarà solo notte), sarai la star dell’anno, una star splendente e ripulita se ne esci fuori vivo, sarai come una stella morente se ne esci fuori morto.
Segui il percorso, segui l’istinto primario, quello della sopravvivenza e, se sei bravo, in un mese ne sarai fuori.
Fuori, la gente cominciava ad aggregarsi, ricominciava la festa.
Ora lui ricordava solo che di quello “Oppure” non ne tennero molto in considerazione, visto che lui aveva risposto un qualcosa di simile a:
- Io ho ucciso a bruciapelo. Bene, voglio essere ucciso a bruciapelo. Mi sembra giusto. -
Invece si trovava lì. Non era giusto. Ma fuori ora la gente gongolava.
Intesa come evidenza di punizione solenne per chi commettesse reati gravi, il governo istituito aveva deciso che “Il Grande Fardello” da tutti chiamato il Gioco dei Vermi, venisse proiettata esclusivamente su enormi schermi nelle piazze principali di ogni paese e città, mai tramite i normali canali televisivi, di regime o privati. Essendo poi istituito un medio regime totalitario, parlare di canali privati era una sorta di ossimoro.
Erano forse passati tre giorni, da quando aveva ripreso coscienza lì dentro. Inizialmente, aveva deciso di farsi morire di fame e sete, di non dare soddisfazione a quella serie di piccoli led che lo stavano fissando, ma capì, ben presto, che non gli sarebbe stato permesso di morire semplicemente, senza combattere. Il gioco era in atto, lui era la star del mese, lui doveva darsi da fare.
Non capiva bene cosa gli stessero facendo, cosa iniettassero dentro a lui e intorno a lui; sapeva solo che era impossibile resistere immobile. La sua soglia di percezione del dolore era alta, altissima, eppure gli facevano qualcosa cui non poteva resistere.
Doveva muoversi, procedere, mai fermarsi e mai, mai, tornare indietro.
Fuori, la gente cominciava ad appassionarsi.
Dopo quindici giorni, aveva deciso che non avrebbe dato la soddisfazione di morire là dentro; c’era andato vicino, molto vicino.
Una volta, era rimasto schiacciato con il torace in un pertugio non ben definito, non riusciva più ad andare avanti o indietro (e indietro era bene, comunque, non andare).
Riuscì a risolvere la questione decidendo di “oliare”, o meglio “lubrificare”, le parti di corpo incastrate.
Con due dita in gola, riversò il poco che aveva nello stomaco lungo il torace; con movimenti lenti, lubrificò anche parte della schiena, il sangue fece (o feci) anche lui la sua parte e, con una lentezza estenuante, si trascinò fuori dal meandro stretto e buio, per affrontare qualcosa di, forse, ancora più buio.
- Prendetevela nel culo! -, urlò come un dannato, puntando il dito medio, ancora sporco, davanti ad un’idea di telecamera. Nell'urlo gli partì un grumo non identificato e un incisivo.
Fuori, la gente aveva esultato.
Aveva fame ora. Quindici giorni di quasi totale assenza di cibo lo avevano sfiancato.
Il gioco prevedeva che lui si cibasse di quello che trovava, o che gli facevano trovare, lungo il percorso. Tastava con le mani a terra, decideva cosa fosse commestibile e ingurgitava. Una volta, fu certo di aver masticato un occhio; sapeva che quasi tutti, là dentro, erano morti, o qualcosa di peggio, insomma: non avevano superato la prova. Sperò che l’occhio fosse di una qualunque bestia e che non appartenesse ad un giocatore perdente.
Sapeva di essere osservato continuamente, non aveva possibilità di alcuna privacy, si faceva quel poco tutto addosso, aveva croste ovunque, non sapeva cosa mangiasse, spesso poltiglia che raccoglieva da terra a tastoni; il buio totale gli aveva tolto ogni riferimento.
Dall’odore e dal rumore che produceva il materiale pestato, capiva che non si erano neanche curati di tirare fuori quello che gli altri facevano o, peggio, quelli che non ce l’avevano fatta. Rabbrividiva e si allontanava il più possibile, sperando che la distanza gli garantisse di trovare cibo che non avesse a che fare con i suoi ex simili.
Al ventesimo giorno, era quasi privo di forze e, cosa ancor più grave, era quasi privo, nuovamente, della voglia di vivere, della forza di vivere.
Più avanzava e più tutto si stringeva e, a terra, trovava sempre più scivolosi strati di melma, con odori e consistenza aberranti.
Non ne poteva più; quella pena era superiore a quanto uno meritasse per aver ucciso. Quella pena, era cibo per vermi.
Fuori, la gente si radunava e scuoteva la testa.
La voglia di tornare a vivere gliela fecero tornare in poco tempo.
Era un mistero per tutti, anche per i tecnici coinvolti nell’operazione, nessuno sapeva cosa venisse iniettato all’interno del cunicolo (di una specie di cunicolo si trattava, infatti, a volte di pertugi con un’altezza di trenta centimetri, a volte addirittura di centoventi, ed era festa). Cosa ci fosse e cosa capitasse all’interno, non serve descriverlo ora.
Veniva iniettata una sostanza volatile; qualcuno diceva di avere visto infilare insieme anche qualcosa di liscio e lucido, che camminava su un numero di zampe (gambe) indefinito. Era comunque una mistura di qualcosa che era peggio del pensiero della morte.
E morire lì dentro era, veramente, qualcosa di indescrivibile.
Provò a pensare al miraggio della pazzia, ma impazzire lì dentro era qualcosa di ancor più altamente sconveniente.
Evidentemente, il mix micidiale che la regia aveva infilato nel percorso, questa volta, era in dosi massicce. L’assassino trovò la forza di proseguire: il Gioco dei Vermi doveva continuare. Hai ucciso come un verme e come un verme devi vivere, soffrire, annaspare.
Come uomo, invece, cerca di riuscire.
Cerca di uscire.
Al venticinquesimo giorno, cominciò a percepire l’idea di riuscire nell’impresa. Stava accarezzando l’immagine mentale di un cerchio di luce in lontananza, di aria pulita e di una vita che gli sarebbe stata restituita, depurata dalla amenità della vita passata.
Pensava e, intanto, sgranocchiava un osso; la carne, quel giorno, aveva addirittura un buon sapore. Finì di mangiare, sputò un anello che gli era rimasto in bocca (forse una fede o un piercing). Urlò al buio che ci sarebbe stato bene un caffè, a quell’ora, specialmente dopo quello spuntino.
Il buio non rispose.
Fuori, la gente pensò che ce l’avrebbe fatta, non come gli altri. Avrebbero avuto il loro merdoso eroe, finalmente.
Il buio non rispose nell’immediato ma, al ventinovesimo giorno, dopo aver capito di avere tutte le possibilità per uscire fuori come qualcosa di assomigliante ad un uomo vivo, gli fecero trovare una ciotola di caffè sul percorso. Se l’era meritata.
Lui sentì l’aroma di qualcosa che lo riportava ad un’idea di vita che avesse a che fare con sopra la terra, e non sotto, e qualcosa si svegliò in lui.
Riemersero, piano piano, i sensi originali, olfatto, udito, gusto e tatto (la vista, per il momento, avrebbe aspettato); i sensi che, in quei ventinove giorni, aveva sapientemente messo a tacere, per poter affrontare un tipo di vita che forniva tutto l’opposto di cui quei sensi necessitassero.
Sentiva che era arrivato. Mancava poco.
Sentiva l’aroma farsi più intenso, sentiva che era a pochi sforzi mentali dalla vittoria.
Sentiva troppe cose e inciampò sulla ciotola del caffè.
Il contenuto si riversò sul fondo del cunicolo, un fondo che, ora, presentava una consistenza troppo poco invitante, per avvicinare le labbra e cercare di fare sua qualche goccia che ricordasse l’umano e il razionale.
Quello fu il momento in cui cedette e tutto si spezzò.
Si spense. Era vivo ma spento. Una specie di sorriso increspato dipingeva il volto, o quello che poteva essere rimasto di un volto. Sognava di scavare, nella melma, nel fango e cemento marcio, sognava di scavare in qualcosa che sapeva di caffè, scavare ancora più sotto e immergersi ancora piu nel buio e nell’umido, quale verme ora realmente diventato.
IL GIORNO DEI VERMI
Fine, lui aveva finito; avevano vinto. Ora poteva solo sognare e scavare.
Forse, fare la fine del verme non era poi così male.
Non si accorse che era arrivato alla fine del percorso, né della luce abbagliante e della gente esaltata tutto intorno. Non si accorse dei due tipi armati di tute ermetiche che lo stavano portando via da uomo libero, caricandolo su un’ambulanza e accudendolo, ora, con delicatezza.
Non si accorse di nulla, neanche dell’infermiere che lo l’osservava fisso, tra il divertito e il rammaricato.
Aveva vinto a metà, quel povero Cristo, fu il semplice pensiero che gli venne in mente.
L’infermiere cominciò a pulire lo sporco sul fondo dell’ambulanza, cosparso di terra e sangue, lasciato da un corpo ormai irriconoscibile, un corpo che aveva continuato suo malgrado a poter solo lambire la morte.
Fine del gioco.
Fuori, il Gioco per i Vermi era finito.
Ora, i Vermi, sudditi, appagati, curvi e soddisfatti, mani in tasca, tornavano a casa.
FINE